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 Attacchi di panico

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Giovane donna presa dal panico con sensazione di perdita di controllo in ambiente urbano

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Descrizione

Gli attacchi di panico sono episodi improvvisi di intensa attivazione psicofisica, caratterizzati da una sensazione di pericolo imminente accompagnata da sintomi corporei e cognitivi molto intensi. L’esperienza è spesso descritta come qualcosa che “accade all’improvviso”, senza un motivo apparente, e che raggiunge rapidamente un picco.

Durante un attacco, la persona può avere la percezione di perdere il controllo, di impazzire o di essere in pericolo di vita. Questa esperienza, per quanto soggettivamente drammatica, non corrisponde a un reale rischio fisico, ma viene vissuta come tale per l’intensità delle sensazioni coinvolte.

Un elemento centrale è la rapidità con cui si attiva il sistema di allarme dell’organismo. Meccanismi normalmente deputati alla protezione – come l’aumento del battito cardiaco o della respirazione – si attivano in modo sproporzionato o in assenza di una minaccia reale. Questo genera un cortocircuito tra corpo e interpretazione: il corpo segnala pericolo, la mente cerca di spiegare quel segnale, e spesso lo interpreta in termini catastrofici.

Dopo i primi episodi, la persona può sviluppare una particolare sensibilità verso le proprie sensazioni corporee. Segnali minimi, come una variazione del respiro o del battito, possono essere percepiti come l’inizio di un nuovo attacco. Questo porta a una forma di attenzione selettiva che mantiene attivo il sistema di allarme.

Nel tempo, ciò che diventa problematico non è solo l’attacco in sé, ma la paura dell’attacco. Questa paura può strutturarsi come ansia anticipatoria, portando la persona a evitare situazioni in cui teme di non poter gestire un eventuale episodio. Progressivamente, la vita quotidiana può restringersi, con limitazioni negli spostamenti, nelle relazioni o nelle attività.

Gli attacchi di panico, quindi, non sono solo episodi isolati, ma possono diventare parte di un funzionamento più ampio, in cui corpo, pensiero ed emozione si influenzano reciprocamente, mantenendo il disagio nel tempo.

 

Cause

Non esiste una causa unica degli attacchi di panico. Si tratta piuttosto del risultato di una combinazione di fattori che riguardano la storia personale, il funzionamento emotivo e le modalità di risposta allo stress.

Un primo elemento riguarda la sensibilità individuale agli stati interni. Alcune persone presentano una maggiore reattività alle sensazioni corporee e una tendenza a interpretarle in modo allarmato. Questa predisposizione non è patologica in sé, ma può diventare problematica quando si associa a interpretazioni catastrofiche.

Un secondo aspetto riguarda le esperienze di vita. Periodi di stress prolungato, cambiamenti significativi, eventi di perdita o situazioni percepite come difficili da gestire possono contribuire a un aumento della vulnerabilità. In questi contesti, il sistema di allarme può attivarsi con maggiore facilità.

Un ruolo importante è svolto anche dalle modalità di gestione delle emozioni. Difficoltà nel riconoscere, esprimere o modulare stati emotivi intensi possono favorire una loro espressione attraverso il corpo. In questo senso, l’attacco di panico può essere visto anche come una modalità attraverso cui si manifesta un sovraccarico emotivo non elaborato.

Le interpretazioni cognitive hanno un peso rilevante. La tendenza a leggere le sensazioni corporee come segnali di pericolo – ad esempio interpretare un aumento del battito come un infarto – contribuisce ad amplificare l’attivazione, creando un circolo che si autoalimenta.

Infine, un fattore di mantenimento importante è rappresentato dai comportamenti di evitamento e controllo. Evitare situazioni temute o cercare costantemente rassicurazioni può ridurre temporaneamente l’ansia, ma nel lungo periodo rafforza l’idea che quelle situazioni siano pericolose e che non si sia in grado di affrontarle.

Gli attacchi di panico non derivano quindi da una singola causa, ma da un’interazione complessa tra predisposizione, esperienze e modalità di funzionamento psicologico.

 

Sintomi

I sintomi degli attacchi di panico coinvolgono il corpo, la mente e la percezione della realtà.

Sul piano fisico, è frequente la comparsa improvvisa di palpitazioni o tachicardia, accompagnate da una sensazione di pressione o dolore al petto. La respirazione può diventare rapida e superficiale, generando una sensazione di mancanza d’aria o di soffocamento. Possono comparire vertigini, instabilità, sensazione di svenimento o debolezza.

Altri sintomi corporei includono sudorazione, tremori, tensione muscolare, brividi o vampate di calore. Alcune persone riferiscono disturbi gastrointestinali, come nausea o sensazioni di disagio addominale. Queste manifestazioni sono il risultato dell’attivazione del sistema nervoso autonomo, ma vengono spesso interpretate come segnali di una grave patologia.

Sul piano cognitivo, l’attacco è accompagnato da pensieri catastrofici. La persona può temere di morire, di avere un infarto, di perdere il controllo o di impazzire. Questi pensieri non sono semplici preoccupazioni, ma convinzioni momentanee che appaiono estremamente realistiche durante l’episodio.

Un aspetto particolarmente significativo è la sensazione di irrealtà o distacco, talvolta descritta come derealizzazione o depersonalizzazione. L’ambiente può apparire estraneo o distante, oppure la persona può percepire sé stessa come separata dal proprio corpo. Queste esperienze aumentano ulteriormente il senso di perdita di controllo.

Dopo l’attacco, può persistere uno stato di affaticamento o tensione, insieme alla preoccupazione che l’episodio possa ripetersi. Questo porta spesso allo sviluppo di un’attenzione costante verso i segnali corporei e a una riduzione della spontaneità nella vita quotidiana.

 

Approccio terapeutico

Nel lavoro psicoterapeutico, gli attacchi di panico vengono considerati non solo come sintomi da eliminare, ma come esperienze che hanno un significato all’interno del funzionamento della persona.

Un primo obiettivo consiste nel comprendere il meccanismo dell’attacco. Dare un senso a ciò che accade permette di ridurre il carattere di imprevedibilità e di pericolo assoluto che accompagna l’esperienza. La conoscenza del funzionamento psicofisiologico dell’ansia è già di per sé un elemento terapeutico.

Parallelamente, si lavora sulla relazione con le sensazioni corporee. L’obiettivo non è eliminarle, ma modificare il modo in cui vengono percepite e interpretate. Imparare a riconoscerle come segnali di attivazione, e non come indicatori di pericolo, riduce progressivamente la reazione di allarme.

Un aspetto centrale riguarda i pensieri catastrofici. Attraverso il lavoro terapeutico, la persona può sviluppare una maggiore capacità di osservare i propri pensieri senza identificarli completamente con la realtà. Questo introduce una distanza che permette di interrompere il circolo di amplificazione.

Si interviene anche sui comportamenti di evitamento. In modo graduale e sostenibile, la persona viene accompagnata a riavvicinarsi alle situazioni temute, sperimentando la possibilità di affrontarle senza che si verifichino le conseguenze temute. Questo processo è fondamentale per recuperare libertà di movimento e autonomia.

Nel modello ad orientamento interpersonale, viene posta particolare attenzione alle relazioni e al contesto di vita. Gli attacchi di panico possono essere collegati a modalità relazionali, a situazioni di pressione o a difficoltà nell’esprimere bisogni ed emozioni. Comprendere questi aspetti permette di intervenire non solo sul sintomo, ma sulle condizioni che lo rendono possibile.

Il percorso terapeutico non mira a eliminare ogni forma di ansia, ma a sviluppare una maggiore capacità di regolazione e comprensione di sé. Con il tempo, la persona può ridurre la paura dell’attacco, interrompere i meccanismi di mantenimento e recuperare un senso di sicurezza nella propria esperienza quotidiana.