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Dott.ssa Rita Terranova

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postmaster@ritaterranova.it
Psicologa Psicoterapeuta
Firenze
Dott.ssa Rita Terranova
Psicologa Psicoterapeuta
Firenze
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Con abilitazione alla psicoterapia
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L’imbarazzo è una delle emozioni meno teorizzate e, paradossalmente, una delle più pervasive dell’esperienza contemporanea. Non possiede la dignità tragica dell’angoscia, né la profondità morale della colpa, né la consistenza drammatica della vergogna. Eppure attraversa silenziosamente la vita quotidiana, insinuandosi nei gesti minimi: una parola pronunciata con un tono sbagliato, una pausa troppo lunga in una conversazione, uno sguardo che arriva in ritardo rispetto all’attesa dell’altro. È un inciampo quasi impercettibile nella continuità del legame sociale. Proprio per questo la psicologia lo ha spesso relegato a fenomeno marginale, come se appartenesse più al galateo che alla clinica.
La psicoanalisi, tuttavia, insegna che ciò che appare minore è spesso decisivo.
Se la vergogna riguarda l’essere scoperti nella propria mancanza e la colpa rimanda alla trasgressione di una legge interiorizzata — secondo la grande architettura inaugurata da Sigmund Freud — l’imbarazzo sembra invece emergere quando il soggetto non sa più quale posizione occupare nello spazio simbolico dell’incontro. Non è tanto la paura del giudizio quanto la sospensione improvvisa della coordinata che orienta il comportamento. È un vuoto di sceneggiatura.
L’imbarazzo accade quando il copione sociale si inceppa.
In questo senso esso non riguarda primariamente l’errore, ma la visibilità. Non ci si imbarazza necessariamente per ciò che si è fatto, bensì per il modo in cui si appare mentre lo si fa. L’imbarazzo è l’esperienza di diventare improvvisamente oggetto dello sguardo dell’altro senza averlo previsto. È un’esposizione non preparata.
Qui la lezione di Jacques Lacan risulta preziosa: il soggetto non coincide mai con se stesso ma emerge nello spazio del linguaggio e dello sguardo altrui. L’imbarazzo segnala il momento in cui questa costruzione simbolica vacilla. Il soggetto si percepisce come visto prima ancora di sapere chi è in quella scena.
Si potrebbe dire che l’imbarazzo è una micro-esperienza di alienazione.
Non sorprende allora che esso proliferi nella contemporaneità. Viviamo in un’epoca in cui la scena sociale è diventata permanente. I social network non hanno inventato lo sguardo dell’altro, ma lo hanno reso continuo, anticipato e interiorizzato. Non si parla più soltanto davanti a qualcuno: si parla come se si fosse sempre registrati. Anche nell’assenza concreta di spettatori, il soggetto contemporaneo porta con sé una platea immaginaria.
L’imbarazzo diventa così una forma quotidiana di autocoscienza eccessiva.
Molti pazienti non raccontano grandi conflitti morali o desideri proibiti; riferiscono piuttosto un disagio diffuso nelle interazioni minime: paura di interrompere qualcuno, ansia per un messaggio vocale troppo lungo, disagio dopo aver inviato una battuta che resta senza risposta. Non è l’angoscia dell’abbandono né la fobia sociale classica. È qualcosa di più sottile: la sensazione costante di poter occupare lo spazio dell’altro in modo inappropriato.
L’imbarazzo segnala allora una difficoltà a negoziare la distanza.
Da un lato esso protegge dall’invasività. L’individuo imbarazzato teme di eccedere, di imporsi troppo, di desiderare troppo apertamente. Dall’altro lato però impedisce l’incontro autentico, perché anticipa il ritiro prima ancora che l’altro possa accogliere o respingere. L’imbarazzo cronico diventa una forma di auto-censura preventiva.
In molte configurazioni cliniche contemporanee esso funziona come una difesa elegante. Non produce sintomi rumorosi; non rompe apertamente i legami. Al contrario, mantiene una cortesia impeccabile. Ma proprio questa cortesia impedisce il rischio necessario al desiderio.
Si potrebbe dire che l’imbarazzo è il compromesso tra il bisogno di essere visti e la paura di esserlo davvero.
Diversamente dalla vergogna, che immobilizza dopo un’esposizione percepita come irreparabile, l’imbarazzo introduce una micro-fuga. Si ride, si cambia argomento, si minimizza. È una strategia di evacuazione simbolica. L’ironia contemporanea, così diffusa, può essere letta anche come gestione collettiva dell’imbarazzo: anticipare la derisione per evitare la ferita dello sguardo.
Ma cosa accade quando questa dinamica diventa strutturale?
Accade che il soggetto non riesce più a sostenere la propria presenza. Non si autorizza a occupare tempo, spazio o parola. Compare allora una forma di invisibilità autoindotta che spesso viene scambiata per timidezza o introversione. In realtà è un rapporto problematico con il diritto di esistere davanti all’altro.
La clinica mostra come molti individui cresciuti in ambienti iper-sensibili al giudizio sviluppino una particolare competenza nel leggere micro-segnali sociali: esitazioni, cambi di tono, silenzi. Questa iper-lettura dell’altro, apparentemente empatica, produce però una perdita di spontaneità. Il soggetto vive come anticipatore costante delle possibili reazioni altrui.
L’imbarazzo diventa allora una forma di vigilanza.
In termini evolutivi, potremmo pensarlo come fallimento parziale dello spazio transizionale descritto da Donald Winnicott. Laddove il gioco permette al bambino di oscillare tra realtà interna ed esterna senza angoscia, l’adulto imbarazzato non riesce più a giocare con la propria immagine sociale. Ogni gesto appare definitivo, ogni parola irreversibile. L’errore non è tollerato come parte dell’incontro ma vissuto come rivelazione di inadeguatezza.
La società contemporanea amplifica questo fenomeno attraverso una retorica dell’autenticità paradossale. Si invita continuamente a “essere sé stessi”, ma in contesti saturi di valutazione implicita. Il risultato è un soggetto costretto a performare spontaneità. L’imbarazzo emerge proprio in questa contraddizione: si deve essere naturali sotto osservazione.
Non sorprende allora che molte forme di comunicazione digitale favoriscano l’evitamento. Scrivere permette di correggere, cancellare, riformulare. Parlare espone invece all’imprevisto. L’imbarazzo è l’emozione dell’imprevisto relazionale.
E tuttavia esso possiede anche una funzione preziosa.
L’imbarazzo segnala che l’altro conta. Solo chi attribuisce valore allo sguardo altrui può provarlo. In questo senso non è soltanto una difesa ma anche un indice di legame. Dove non esiste alcun imbarazzo, spesso troviamo indifferenza o dominio.
La questione clinica non è quindi eliminarlo.
Si tratta piuttosto di restituirgli mobilità.
Quando il soggetto può tollerare piccoli momenti di goffaggine senza interpretali come fallimenti identitari, qualcosa cambia radicalmente. L’incontro torna possibile. Si scopre allora che l’imbarazzo condiviso — due persone che ridono della stessa esitazione — può diventare luogo di intimità. Non più barriera ma passaggio.
In questo senso la psicoanalisi contemporanea, come spesso sottolineato da Massimo Recalcati nelle sue letture della soggettività odierna, non lavora soltanto sui grandi drammi della legge e della trasgressione, ma su queste micro-fratture del desiderio quotidiano. L’imbarazzo indica il punto in cui il soggetto teme di desiderare troppo o troppo poco davanti all’altro.
Accettarlo significa riconoscere che il legame umano non è mai completamente padroneggiabile.
Forse l’imbarazzo è proprio questo: la prova discreta che l’incontro resta, nonostante tutto, un rischio. E che vivere insieme implica inevitabilmente una certa dose di goffaggine condivisa. Non un difetto da correggere, ma il segno che il soggetto non coincide mai perfettamente con la propria immagine. È lì, in quell’imperfezione momentanea, che il desiderio continua a trovare spazio per esistere.